Microstoria al profumo di rosa

Acqua profumata alle rose
Acqua profumata alle rose

Quando il sole è al suo apice, e, nel giorno del solstizio, le ore di luce si prolungano e restringono la notte – che si fa anch’essa dolce -, l’estate imprime il suo segno distintivo sulla natura, esibendo colori accesi e diffondendo profumi che sanno di desiderio.

Pare che il sole si sposi con la luna, recita una vecchia leggenda.

In questo tempo, che il mondo contadino ossequiava, c’era l’usanza di preparare un’acqua profumata nella notte tra il 23 e il 24 giugno, per la festa di S. Giovanni.

Le ragazze, soprattutto quelle in età da marito, tra risate e chiacchiere che lasciavano intendere miraggi amorosi, emozionate dall’attesa della festa, si recavano a raccogliere, al tramonto, le rose che avrebbero sprigionato i loro preziosi oli nell’acqua limpida.

Ad accogliere i petali profumati, acqua fresca di sorgente o fredda di pozzo, trasparente e brillante, che rovesciata in un apposito catino, diventava specchio in cui riflettere i sogni di gioventù e augurarsi di vederli realizzati.

Il bacile, che subito appariva come un quadro naturale capace di incantare lo sguardo, veniva quindi posto fuori a riposare nell’ oscurità, in attesa che la rugiada vi si posasse.

Un’intera notte, febbricitante di buoni auspici e sfavillanti speranze, faceva da preludio ad un’alba floreale. Quando finalmente al mattino l’acqua profumata poteva essere utilizzata, ci si sciacquava con cura il viso e le mani, rallegrandosi del nuovo inizio e portandosi addosso per tutto il giorno una dolce fragranza.

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